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FOCUS/OPERA DELLA COLLEZIONE FONDATION LOUIS VUITTON

Una piccola silhouette fotografata di spalle, dall’alto, che cammina in una grande distesa di erba di 3m50 x 5m10: un punto nell’immensità, un incrocio… È un’opera-manifesto, che incarna tutti i sogni di emancipazione dell’immagine degli artisti avanguardisti degli anni Settanta, che abbiamo scelto dalla collezione della Fondation Louis Vuitton. Una fotografia di grande formato stampata su tela, dal titolo eloquente, firmata da uno dei più eminenti esponenti dell’Arte povera che compare nell’affascinante mostra dedicata al movimento transalpino in due luoghi parigini dedicati alle arti visive.

Entrare nell’opera: non è in modo ingiuntivo ma in modo operativo che Giovanni Anselmo annunciò il suo delitto nel 1971: essendosi fatto fotografare correndo in un paesaggio, dichiarò, nel suo titolo, di averne preso possesso di esso, di essere «entrato nell’opera». Ha così preso l’immagine nella sua stessa trappola: era entrato nell’opera poiché l’opera era la fotografia del paesaggio che aveva calpestato con i suoi stessi piedi… Come Alice nel Paese delle Meraviglie un secolo prima1, l’artista stesso passava dall’altro lato dello specchio…

© Giovanni Anselmo © fondation Louis Vuitton

Così come Pistolletto negli anni Sessanta con i suoi Tableaux-miroirs aveva «[violato] lo spazio del quadro portando lo spettatore nel dipinto»2, Anselmo rompeva con «l’autonomia pittorica dell’opera» turbato da questa intrusione della figura dell’artista nel cuore stesso del suo lavoro. La posta in gioco era alta perché per i fautori dell’»arte povera», cioè dell’arte ridotta ai suoi elementi più semplici, si trattava di «dare vita all’arte», di rompere con la fissità fittizia, la menzogna dell’immagine, ma anche decostruire il suo linguaggio, liberarsi dalla «retorica delle icone» per immaginare nuove possibilità plastiche.

Liberata dalla sua funzione di registrazione della realtà, la fotografia sarà così considerata un mezzo a sé stante e gli artisti dell’avanguardia italiana ne faranno uno dei loro strumenti preferiti di sperimentazione e indagine. Partecipando a una sorta di re-incanto del paesaggio, e ancor più a una riappropriazione di questo paesaggio ridotto per secoli a una bidimensionalità puramente pittorica, Giovanni Anselmo opera in questa fotografia sovradimensionata (rispetto alle dimensioni usuali delle stampe fotografiche) un vero capovolgimento dello sguardo: abbandonando la posizione statica dello spettatore che fissa l’immagine attraverso la sua lente per lanciarsi nel vuoto del paesaggio precedentemente inquadrato, si impossessa fisicamente dello spazio, diventa tutt’uno con la natura. Una fusione amplificata, drammatizzata dal grande formato dell’opera “[che abolisce] ogni reale misura dello spazio e del tempo” Giovanni Anselmo opère dans cette photographie surdimensionnée (au regard des dimensions habituelles des tirages photographiques) un véritable renversement du regard : quittant la position statique du regardeur fixant l’image à travers son objectif pour s’élancer dans le vide du paysage préalablement cadré, il prend possession physiquement de l’espace, fait corps avec la nature. Une fusion magnifiée, théâtralisée par le grand format de l’œuvre « [abolissant] toute mesure réelle de l’espace et du temps ».

© Marc Domage

1. Les Aventures d’Alice au pays des merveilles de Lewis Carroll furent publiées en 1865.

2. Quentin Bajac, directeur du Jeu de Paume, co-commissaire de l’exposition « Renverser ses yeux – Autour de l’Arte povera ».

www.fondationlouisvuitton.fr

Stéphanie Dulout

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