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ANETA GRZESZYKOWSKA

Simulacri

Gioiellino nel mezzo del grande e molto eterogeneo guazzabuglio della mostra “The Milk of Dreams” della Biennale di Venezia 2022, la serie fotografica Mama, prodotta nel 2018 dall’artista polacca Aneta Grzeszykowska, è tanto inquietante quanto travolgente. Riattivando i temi eversivi cari ai surrealisti attraverso la figura feticizzata del manichino e della marionetta, la fotografa (nata 1974 a Varsavia) mette in scena la figlia che gioca con una bambola con la replica in silicone del proprio corpo troncato (ridotto a busto). Scomposto in scene dai richiami teneri e bucolici, il macabro gioco, declinato con una sottile doppiezza cromatica e in bianco e nero, prende una piega morbosa e inquietante quando il corpo feticcio non crea più illusioni (dall’inquadratura a mezzo busto o dai sotterfugi di messa in scena) e appare così com’è: un pezzo di un corpo inanimato – adagiato qui, su un letto, proprio accanto al corpo del bambino sdraiato lì, in un carro trainato dalla bambina sul bordo dell’acqua, o addirittura abbandonato su una sdraio. Capiamo allora che è con la morte che gioca la bambina la quale, dopo aver fatto galleggiare il simulacro ad occhi sbarrati al suo fianco nelle acque agitate del lago, finisce per seppellirlo sotto terra. Dalla bambola al cadavere, c’è solo un passo…

Oscillando tra sogno e incubo, dolcezza e crudeltà, al confine tra fantasmagorie surrealiste e film horror, la narrativa per immagini di Aneta Grzeszykowska gioca con l’ambivalenza (animato/inanimato, presenza/assenza) e l’inversione dei ruoli (madre/bambina, soggetto/oggetto) in modo insidioso atto a creare disagio nello spettatore, e quindi a provocare una riflessione sull’identità, ma anche sulla crudeltà e perversione, sottomissione e scomparsa.

Corpi troncati, feticci e pupazzi… che sembrano vivi; corpi in pezzi scolpiti (da protesi e pelli di animali) e fotografati (Selfie, 2014); corpi smembrati o dissolti, “assorbiti” dall’oscurità, nelle finzioni coreografate (Black, 2007; Headache, 2008)… Per l’artista, che ha sviluppato fin dai suoi esordi un lavoro sulla frammentazione, sulla cancellazione e sulla scomposizione, l’opera deve essere catartica: mostrando la morte, deve aiutarci a domarla…

“The Milk of Dreams” – Biennale di Venezia

Padiglione Centrale – Giardini

Calle Dietro Il Paludo, 849, Venezia

Fino al 27 novembre

www.labiennale.org

Film da vedere su www.artmuseum.pl

Stéphanie Dulout

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