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Poetica degli interstizi

“Attraverso le messe in scena, le riappropriazioni o le associazioni fotografiche o testuali, svelo un universo di tensioni – latenti e misteriose. […]

Spesso sviluppate da fonti d’archivio, le mie proposte risultano da un processo di ricostruzione romanzata e si interrogano sull’idea di reminiscenza”.

Al crocevia tra fotografia, scultura e narrazione, a volte evocando performance e coreografia, il lavoro sviluppato negli ultimi dieci anni da Agnès Geoffray su immagini d’archivio o documentarie, e più in particolare su fotografie anonime, possiede la forza poetica e la bellezza enigmatica dei racconti. Mescolando a una certa artificiosità dell’immaginario archetipico (foto di moda o foto in posa…), una crudeltà di fondo, alla banalità, la poesia dell’assurdo, la sua ambivalenza colpisce nel segno, interpella e interroga…

Deviazioni o metamorfosi dell’immagine (attraverso alterazioni o inserimenti di parole devastanti, ingiunzioni e altre formule già fatte con lo stampino); dissimulazione, occultamento, confinamento o elusione… Fotografie Captives (serie del 2020) imprigionate in scatole di vetro con fotografie con timbro “prova senza ritocco”, “verificata”, “censurata”, “non finita” o “uncut” della serie Proof (2021), le metamorfosi operate instillano il dubbio e lasciano intravedere i difetti della fotografia, o meglio, le infinite possibilità immaginarie offerte alla nostra immaginazione nelle rotture e latenze di questo repertorio della memoria.

Così corpi troncati, spezzati nelle sue Pilures ritratti stampati su raso di seta piegati in alcuni punti: l’immagine in parte nascosta, piegata, frammentata, ci sfugge per appartenerci meglio; nelle sue pieghe, nei suoi segreti, si offre alla nostra immaginazione e nella sua sotterranea violenza si svela…

Stéphanie Dulout 

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